Lavoratori da casa e l’istituto dello smart working fino a quando?

L’ avanzare del Covid19 e la sua diffusione tra le persone e i lavoratori ha portato il legislatore ad adottare forme lavorative che possano avere maggiore “distanza” tra i lavoratori e minore frequentazione dei loro ambienti abituali, come i mezzi di trasporto pubblici, privilegiando sistemi di lavoro agili, che permettano di lavorare svincolati dall’ ambito lavorativo della sede fissa istituzionale.

smart working fino a quando?

Telelavoro o smart?

Questo processo, aiutato dalle tecnologie, prende il nome di telelavoro o smart working. In essi, la vera sostanza che differenzia il secondo dal primo è la non obbligatorietà per esso di legarsi a un luogo fisico fisso di lavoro: la propria abitazione, una sede distaccata vanno benissimo. Ma anche un ristorante, un pub, un parco o un qualunque luogo in cui si possano portare un computer o uno smartphone e sia presente una connessione Wi-Fi.

Cosa pensano i lavoratori sullo smart working

Una indagine condotta dalla Cgil e dalla Fondazione Di Vittorio (pubblicata dal Sole 24 ore del 18 maggio 2020) rivela che la forza lavoro e il numero di lavoratori “da casa” sia passato da qualche centinaio di migliaia a milioni di lavoratori, i quali sono passati allo SW, soprattutto straordinario. Tale indagine rivela che sei su dieci vorrebbero continuare a lavorare in questo modo, anche quando la pandemia sarà finita.  

 Per questo, l’istituto dello SW si qualifica come strumento organizzativo privilegiato da applicare a tutto il contesto lavorativo delle Pubbliche Amministrazioni e a tutti i collaboratori con rapporto di lavoro subordinato. 

Lo SW non è una nuova tipologia contrattuale, ma una diversa modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, stabilita mediante accordo tra le parti, caratterizzata anche dall’utilizzo di strumenti tecnologici idonei ed eseguita indifferentemente all’interno dei locali dell’Amministrazioni o all’esterno. 

Lo SW integra e amplia le forme di lavoro flessibile offerte dalle amministrazioni, al fine di rispondere meglio alle esigenze organizzative, avuto a riferimento anche la nuova dimensione territoriale dei servizi da erogare. 

La posizione legale e contrattuale del collaboratore nell’organizzazione, la sede lavorativa assegnata e la sua qualifica giuridica rimangono invariate.

Disciplina e diritti del lavoro in smart working

 La disciplina dello smart working è rinvenibile nella Legge n. 81/2017, il quale prevede che, sussistano:

  • carattere volontario: l’accordo (da intendersi scritto) tra lavoratore e datore di lavoro può avvenire nel momento di avvio del rapporto di lavoro, o in un momento successivo. L’accordo, inoltre, può avere durata limitata nel tempo oppure può essere a tempo indeterminato;
  • parità di trattamento retributivo: deve, cioè, essere garantito lo stesso trattamento retributivo rispetto a quello dei colleghi che svolgeranno pari mansione in ufficio o, in ogni caso, “secondo le modalità tradizionali”;
  • diritto alla disconnessione: è riconosciuto il diritto al riposo e il rispetto dell’orario di lavoro. L’orario è autodeterminato, è sufficiente raggiungere l’obiettivo prefissato;
  • sicurezza e tutela del lavoratore: dovrà essere reso noto al lavoratore un documento informativo sugli eventuali rischi infortuni e malattie professionali connessi alla propria mansione.

Dopo aver illustrato per grandi linee le particolarità di applicazione dello SW, andiamo a descrivere i possibili punti di caduta di questo sistema a partire dalle forniture delle strumentazioni informatiche e la erogazione dei buoni pasto.

Cosa fanno gli enti locali sulle politiche di smart working

L’Ente Regione Emilia-Romagna è stato uno dei primi a declinare e applicare questo sistema di lavoro. Ciò è accaduto fin prima della pandemia, rendendolo ordinario nel 2019 con un bando di 400 posizioni e, ad oggi, se ne  sono aggiunte altre 300, con forte investimento tecnologico. A questo si  aggiungerà un altro bando ai primi del 2021 con altre posizioni da attivare. 

La domanda che viene spontanea, a questo punto, è: in europa la forza lavoro ma gli atri e gli enti locali stanno investendo su questa forma di lavoro, che, in contesto pandemico, rappresenta la miglior garanzia per la sicurezza del lavoratore? Sembra proprio di no, perché, da informazioni, raccolte presso enti strutturati del territorio, risulta che non vi è stata questa lungimiranza prospettica. In realtà basterebbe ben poco per attivarsi, ad esempio con dotazioni informatiche e smartphone a noleggio i cui prezzi sono molto competitivi. 

Allo stesso tempo, tutto questo creerebbe uno spazio di risparmio in affitti istituzionali e buoni mensa non maturati, che potrebbero essere reinvestiti su aule di coworking per condividere spazi di lavoro senza avere una postazione ad “uso esclusivo”, di modello tradizionale, nonché all’incentivazione economica del personale messo a dura prova dalla pandemia e sulla sua formazione. 

Tutto questo perché? Perché si è evidenziato un aumento di produttività che ha fatto drizzare le orecchie a quei dirigenti che non credevano per nulla a questo sistema lavorativo innovativo e che è destinato a cambiare nei fatti la vita organizzativa delle pubbliche amministrazioni e dei lavoratori.

Abbiamo tenuto per ultimo, ma non è un problema per niente sottovalutabile, l’erogazione del buono mensa che per alcuni lavoratori viene visto come un arrotondamento del proprio mensile retributivo, perché, tra le varie opzioni, si può utilizzare per fare la spesa per la famiglia. 

Concludendo.

Il cardine sarebbe nel considerare il lavoro in SW equiparato a tutti gli effetti al lavoro ordinario, alla luce del fatto che viene comunque riconosciuta d’ufficio una giornata di lavoro con un orario standard.

 il Tribunale di Venezia, con la Sentenza 8 luglio 2020, n. 1069 ha rigettato la richiesta di buono pasto dei lavoratori, ritenendo che il lavoro agile è incompatibile con la fruizione di essi, nella misura in cui nella prestazione resa in modalità di lavoro agile il lavoratore è libero di organizzare come meglio ritiene il suo rario.

Credo a questo punto, in questa confusione normativa vi debba mettere ordine il legislatore nazionale. 

A cura di Orlando Brano